(fuori)lugano 6900 — 00:00:00
Stato — scarti

Shair Cruz Bahamonde

intorno al niente, siamo parassiti

Scrittura

Due
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Sto al tuo Uno come uno Zero
Racconto
L’anima è un muscolo e c’ho lo stiramento.
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2025
Reminiscenze notturne (oh, Lugano…)
Racconto
La notte a Lugano esiste per chi soffre, tutti gli altri sono turisti, o morti.
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2025

Podcast

Uno
Detective Selvaggi
Podcast
La vita è violenza. Si nasce piangendo e si muore aggrappati a quelle stesse lacrime. Animali in via d'estinzione lasciano escrezioni in ceramiche, ma tutto torna a galla. Il passato, a cui si aggrappa il detective è tetro e offuscato. In questa investigazione selvaggia non esistono bussole morali, non esistono vittime ne predatori. La danza cosmica rimarrà unica lente d'ingrandimento. Non vi saranno testimoni, parecchi son morti, gli altri in psichiatria. Un giudice accennò interesse per il caso ma lo fecero fuori, nel sottosuolo non vi devono essere occhi, men che meno orecchie. Droghe, sesso ma il rock&roll è solo un vago ricordo e non fa più ballare nessuno, il resto è degenerato presto. Sogni di montagne verdi e vacche grasse. È la svizzera sullo sfondo che scorda d'essere bestia, tra bonus ciccioni e tredicesime nelle ruote invernali. Questo caso rimarrà freddo come l'anima dell'ispettore, in bilico tra il delitto e il castigo, il senso di colpa diventa una roulette russa di ricordi e l'arma è caricata fino all'orlo.
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2025

Musica

Tre
Currenti Calamo — scritto di getto, senza pensarci troppo
Safe Port Production
Tsching
Bezna Selhani feat. Currenti Calamo
2026
Esistenzialisma
Album
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Film dell'album
2025
Rete One
Album
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Videoclip — Risate al pomodoro
2024

Cinema

Quattro
Casa Azul
Documentario · 12′ · RSI / Cinedokké
2025
Da sola non mi basto
Documentario · 15′ · RSI
2022
La cabina delle memorie
Fiction · 15′ · CISA
2022
Paradiso col lucchetto
Fiction · 7′ · CISA
2022

Collaborazioni

Sette
Associazione fuoriluga
Membro · tecnico del suono (fatto male)
Collettivo e spazio indipendente a Porza.
sempre
Becaària
Responsabile comparse
Lungometraggio di Erik Bernasconi, Premio del pubblico alle Giornate di Soletta 2026.
2026
Elisa
Responsabile comparse, unità svizzera
Film di Leonardo Di Costanzo, in concorso alla Mostra di Venezia.
2025
Figli morti
Co-sceneggiatore
Cortometraggio di Chiara Toffoletto, all'Amarcort Film Festival.
2024
Fade to Black
2° assistente alla regia
Cortometraggio prodotto da REC Swiss, regia di Greggio e Marletta.
2023
Adria
Fonico
Suono in presa diretta per il documentario di Alessandro Garbuio, Premio del pubblico al Festival dei Popoli.
2022
Let's make something!
Camera & suono
Operatore e fonico nella raccolta di corti supervisionata da Michelangelo Frammartino, al Locarno Film Festival.
2022

Calendario

niente in programma
Scrivimi
Accetto commissioni e collaborazioni. Scrivimi due righe su cosa hai in mente. Di solito rispondo in pochi giorni, o pochi mesi, o pochi anni, poco tempo insomma, che in ogni caso poco rimane.
2025

Sto al tuo Uno come uno Zero

L’anima è un muscolo e c’ho lo stiramento.

L’acqua vitaminica che ho in mano costa venti centesimi in più del ragù già pronto, quello formato famiglia per poveri. Al mio assistente sociale dico che non ho più un soldo per vivere e, secondo lui, ho ragione a dirlo. Un giorno me la spiegherà lui quest’acqua vitaminica nella mano, io nel frattempo continuerò a pensare che qualcosina fa. I bar dei compagni vendono la Coca-Cola come i bar dei fasci, entrambi anticapitalisti. L’altro giorno son stato trascinato a un mercatino di coglioni. Non ho perso un secondo per giudicare chiunque: gli occhiali veloci, i gilet da nonno morto che non ho mai visto addosso a un nonno, o i cappellini senza visiera. Tante versioni della stessa cosa, ognuno con un accento qua e uno là; il vero vestito è la cura che c’hanno messo. Poi mi sono guardato allo specchio e ho visto ch’ero uguale.

Le amiche con cui criticavo il mondo ora non criticano più un cazzo: ogni vita è valida e, perciò, con quelli ci parlan’ di sport, con quelli là ci parlan’ di meme e con quell’altra ci parlano di politica. La cancellazione della depressione come stato d’animo è lo stadio ultimo di una depressione collettiva: un gruppo di razzisti non direbbe mai d’esser razzista. Le ideologie collettiviste sono uno strumento interessante soltanto quando hanno come scopo l’esaltazione della bellezza che c’è nel singolo, non la generazione di repliche. Me ne starò per i cazzi miei fino al prossimo mercatino; delle ideologie, anche oggi, non me ne frega niente.

“Dovresti fa’ quello, ti presento a quella, c’hai talento per questo, chiedi fondi per questa”, come se ci fosse il bisogno di tirarmi fuori da qualche presunto fallimento. Dico “no grazie” e sono sempre preoccupati. Nell’animo contemporaneo rimane soltanto concupiscenza; la virtù è un post ricondiviso, la generosità l’isolamento dei disgraziati. Persone pensano ch’io ce l’abbia con loro, ma chi penserebbe mai a te, brutta merda, prima di morire?

Continuo a sbagliare, gli errori sono gli stessi, forse meno forti. Mi piacerebbe dire che è grazie alla mia crescita interiore; mi piacerebbe. Questa settimana cinque volte pizza, ma cinque volte in pizzerie diverse: è comunque lo stesso pasto cinque volte? Alle persone piaccio perché sono ignorante quanto loro e non lo sanno. Sto litigando con la commessa delle poste. Devo spedire un pacco, perciò compro il pacco; il pacco è troppo grande, perciò ho bisogno della carta straccia per mettere in sicurezza l’oggetto nel pacco. Chiedo alla commessa della carta straccia da mettere nel pacco, mi dice che posso comprare il set di carta straccia per pacchi che c’è dietro di me, sulle mensole. Le dico che mi va benissimo anche la carta straccia che suppongo abbia lei, mi dice che non ha carta straccia. Le chiedo quanto costa la carta straccia sulla mensola, mi dice sette, “però ce n’è tanta di carta!” Le dico che non ho bisogno di tanta carta ma poca, quanto basta per riempire la piccola scatola che sta fra di noi. Mi dice che non può aiutarmi e che bisogna comprare il set di carta straccia. Le chiedo se è seria quando dice che non c’è carta straccia. Mi dice di sì. “Ma nemmeno dietro o da altri colleghi? Mi sta per caso dicendo che in tutta l’intera filiale della posta di Lugano centro non esiste nemmeno un luogo dove depositate della carta straccia?” Mi ha detto “esatto”. Ho cominciato a urlare.

Vorrei farmi selfie, non ci riesco più. Vorrei farmi le foto con la ragazza, non ne faccio mai. Vorrei mi facessero delle foto di nascosto, ma quando lo scopro le faccio cancellare. L’anima è un muscolo e c’ho lo stiramento. “Ti va di fare un drum corretto?” e ci spolliamo cinque canne sul divano. Mi mancano i tempi in cui scopavamo lucidi. La gente parla dei social, dicono di guardarli troppo, che se avessero le palle di sbirciare fuori dalla finestra capirebbero quanto si sta meglio ciechi; e la musica brutta è comunque meglio di certi politici; e consumare è comunque meglio d’averci provato.

Mi manca anche pensare di aver ragione. Ora, se vuoi convincermi, lo puoi fare senza nemmeno provarci; ti dirò quello che vuoi sentirti dire. Il culmine del desiderio è essere desiderati e non ho intenzione di porre ostruzioni. Una volta andavo a sedermi in foce durante l’inverno, da solo, a fumare qualche sigaretta. I turisti di oggi non possono supporlo: lì si stava in pochi. A volte c’era Winkler (un punkabbestia, amico mio), paccava liceo, io non ci parlavo (lo dico perché da qualche parte sullo sfondo, se guardi bene dov’è sfocato, lui c’è sempre). Un gruppetto di tossici ascoltava la goa, a volte la tekno, a volte il punk. Tutti gli altri non ci venivano là. Fumavo sigarette e leggevo (le mie poesie, sia chiaro, quando scrivevo ancora “ha” con “a” e avevo letto solo Il giovane Holden e qualche Geronimo Stilton). Ogni tanto alzavo lo sguardo verso il lago. Speravo di diventare scrittore e posavo per quel giorno in cui mi sarei dipinto come il ragazzo in foce che fumava sigarette, provetto artista, profondo umano, sincero spirito. La verità è che in quel periodo pensavo solo a me, nel mentre maltrattavo chi amavo e passavo il tempo a pensare che il mondo dovesse girare intorno alla mia follia. La commessa delle poste alla fine la carta straccia me l’ha data; Uno a Zero, stronza.

2025

Reminiscenze notturne (oh, Lugano…)

La notte a Lugano esiste per chi soffre, tutti gli altri sono turisti, o morti.

Sono sudata, che schifo dormire così. Avvolta nel grasso che ho accumulato in quarant’anni e comunque sento le ossa gelide; uno sforzo alimentare inutile. “Copertina estiva” dicono i tuttologi; io preferirei dormire in un forno a 250 gradi, sentire freddo mai, sudare tutto, prosciugarmi su una spiaggia. Non ho finito la birra ieri, è ancora sul comodino. Dovrei buttare quella scatola di pizza surgelata. Il petricore: che sigaretta di puro godimento. Dov’è il cellulare? L’una di notte. Ho dormito troppo poco. Canicola infame. L’una di notte. Provo a dormire? Okay, no, lasciamo perdere. Perché è già sporco lo specchio in bagno? Il mio piscio è morto, dovrei bere di più. Forse non è vero? Bella son bella. La birra è sgasata. Cosa fa quello? È un gamer. Le sue luci led sono orribili, io ho quelle in terrazzo che si ricaricano con il sole, le ho prese coi punti dell’alimentari. Fino a che ora rimarrà sveglio? Non l’ho visto mai, strano.

La notte a Lugano non si racconta, perché la osserva solo chi ha bevuto troppo per ricordarla oppure chi sta al buio per non vederla. Passeggeri ciechi inneggiano a un’intimità che desidera solo chi ha qualcosa da nascondere. Vorrei dormire. Quando ero bambina mia madre la notte leggeva. Questo buon giallo di Agatha Christie è fin troppo un buon giallo per definirsi un buon giallo. Mi ricordo che il Pastis l'ho trovato a Lugano Marittima, ancora chiuso; altresì quel mezzo rum, le tre vodke, il gin scarso e un tocco enorme di fumo. Nel mio terrazzo si sta freschi, è all’ombra dei palazzi di Via delle Aie. Le piantine son venute bene, peccato per questa calatea, avrei dovuto leggere qualcosa a riguardo. Come mai ho così tante piante? La cura di una dimensione che non ha testimoni; a parte il signore della finestra di fronte che ogni tanto prova a sbirciare. È ironico che una netturbina abbia così tanta spazzatura in arretrato da buttare, questo terrazzo fa pietà. La me del pomeriggio evidentemente mi disprezza se non riesce nemmeno a svuotare i fondini di birra, nonostante io gliel'abbia chiesto più volte. Il palazzo, forse più una casetta plurifamiliare alta, è vecchio, ha le scale rivestite con quel finto granito a mo' di mosaico, qualcosa del genere. Si sente tutto. Il tipo di ambiente in cui preferisci le urla più violente al respiro della persona che dorme oltre la parete di camera tua. Effettivamente potrei spostare il letto, dopo il lavoro lo faccio. So che non si dovrebbe buttare la latta di notte, ma il solo pensiero che vi sia una videocamera a ogni punto di raccolta rende l'esperienza del riciclaggio eccitante.

Eccola Lugano, non c'è nessuno. Un gruppo di skater in quel bar di fronte a Casa Serena. Qualche luce accesa. In effetti questa latta sta facendo troppo rumore. Oh, gattino che corre. Una volta, quando ero bambina, avevo espresso il desiderio di morire, per qualche torto stupido che mi aveva fatto la mia amica Émilie, così quella sera decisi di andare ai binari del treno (quanto sono seri i bambini!) e un gatto si mise di fronte a me lungo il percorso. Siccome non volevo veramente morire, gli dissi che se lo avessi visto un'altra volta prima di raggiungere il tracciato della ferrovia avrei desistito dal compiere la missione e proseguii. Beh, la faccio breve, lo vidi un'altra volta: gatti mistici. Quello lo conosco, è Cavallo Pazzo; quanto mi scalda, ci divertiamo molto. Ogni volta che butto la spazzatura penso ai miei colleghi che verranno a prenderla il giorno dopo, che pensiero ingombrante. Lo scooter elettrico per anziani della mia vicina sta sempre là, sotto il suo balcone a caricare, chissà che viaggi. Tintarella di luna questa notte, mi sento sfondata dai raggi della Dea, ed ecco un altro gatto, appunto.

Il mio monolocale ha un terrazzo troppo grande per non indurre al sospetto ch'io abbia qualche familiare della zona, ebbene sono nata a Baden, questo lusso l'ho conquistato da sola con qualche contatto in città. Il costo? La pratica di fare battutacce eticamente discutibili per un pezzo di proprietà, quanto vi odio. Le due e mezza. Vorrei dormire. Praticamente, compro solo cibo. Vestiti, shampoo, carta da forno, alluminio, le saponette, il televisore, trovo tutto al lavoro; anche questa piccola balestra. Uomini, statemi alla larga, sono armata! La signora che ascolta Radio Maria è di nuovo in giro a quest'ora. La radiolina DAB gliel'ho regalata io, siccome mi aveva tenuta ferma una mattina, spiegandomi della tragica fine delle FM. Radio Maria la danno ancora sulle FM, ma ho preferito chiudere il suo monologo dicendole che ne avevo una da regalare. Esistono vari tipi di religiosi, quelli notturni li conosco bene. Sventrati dalla vita, decidono di dedicare la loro immensa sofferenza a Dio.

La notte a Lugano esiste per chi soffre, tutti gli altri sono turisti, o morti. È così facile essere corretti, così difficile essere sinceri, nessuno mente la notte, tutto tace. Del mio silenzio non ne farò un vanto, decidere di non ammazzare può significare ammazzare, e quante volte sarebbe stato meglio alzare la voce. Tutte le netturbine lo conoscono, il presagio che si prova nel vedere un litigio per strada, nei vicoli di fronte alle discoteche, come quella stradina al Maghetti, accanto agli uffici dell'assistenza; mi ricordo il volto terrificato della ragazza, mi ricordo che sono rimasta in silenzio a lavorare e poi me ne sono andata. A chi non sa gestirsi bisognerebbe togliere la licenza d'amare, soprattutto dalle tre di mattina in poi. Ora intervengo sempre, non ho paura di chi ha più paura (ovvero ogni uomo al mondo). Ho imparato a dire no e non ho più smesso. La solitudine abbraccia l'alienazione di chi vive queste ore.

Lugano conta circa 120'000 anime il giorno e 68'000 la notte. Carovane di testimoni passeggeri non considerati nella vita politica di questa vecchia borghesia, che non molla una singola proprietà, ci si giocherebbe lo status. E poi? Carovane di corpi svuotati dall'armonia retrocedono nell'agglomerato, o al di là del confine. Io gli voglio bene ai cittadini. Mi parlano, si svestono. Mia madre diceva sempre che non bisogna farsi gli affari altrui, nemmeno se lo vogliono. Non ne sapeva molto di conforto. Il cane di questo signore si direbbe non abbia alcun problema con i ritmi del padrone. Mi racconta di suo figlio, un disgraziato a parer suo, evidentemente un parere discutibile, sapesse come vivo io. Ha una bella proprietà in zona, una delle ultime casette in Via Trevano, quella con l'orto in giardino. Dice che non la vuole lasciare a quel fannullone, che bisogna guadagnarsele certe cose, poi rimane in silenzio; sa di star lottando per incidere a caratteri cubitali la sua ombra nella storia del quartiere, un'ultima volta, senza riuscirci. Io sono lì per il cane, li adoro. Via La Santa è deserta. Luci dallo stabile della SUPSI mi fanno venire l'angoscia, sono le tre e mezza, preferisco le luci dei disoccupati. Il Cassarate, l'ospedale italiano, Philipp Plein, il Conza, qualche reduce ammaliatore sconfitto, camicia sbottonata, e la speranza di riuscire a guidare anche questa notte; già me lo immagino quanto schifo dovrò tirare su in foce. Nulla di troppo spiacevole, s'intende, di fastidioso ci sono solo mutande defecate, persone ubriache che se la fanno addosso e decidono bene di lasciare l'intimo in questo o quel cespuglio, perché no, accanto al parco giochi delle bambine. Son già a metà pacchetto, le tre e quarantasei, forse è meglio andare a casa.

La divisa arancione mi fa sentire protetta, solo i cuori simili al mio mi danno la parola. Un profumo estremamente costoso trovato in zona Resega e sono pronta. Chissà cosa ci faceva lì? Ogni oggetto ha una storia, una memoria. Lo capisci dai posti in cui trovi certe perle. L'oggetto più comune sono le unghie finte, quelle che andavano negli anni novanta nelle scatolette di plastica. Ragazzine che vogliono giocare al carnevale degli adulti, pensando basti un costume da due soldi e una bottiglia di vodka e aroma di frutta. Forse basta. La casetta di Heidi del villaggio natalizio di qualche anno fa, quella sì che era una festa. Ogni giorno c'erano altri preservativi usati, verrebbe quasi da dire che ci vogliono delle cabine per il sesso notturno (forse i bagni sono le cabine per il sesso notturno?) Il panettiere mi dà il resto e caccia sempre qualche sguardo. Non direi che sono un gran fiore con questa divisa, il codino colorato che ho trovato di fronte alle scuole medie di Molino Nuovo e i resti di dentifricio accanto al labbro (me ne sono accorta dopo), ma se va bene a lui ricambio volentieri. È come me, un guardiano del buio. La notte lavorativa esiste solo in funzione del giorno, il suo compito è quello di dare forza al mattino, il mio quello di cancellare la memoria. Svuotare per riempire. Una delle grandi potenze dell'essere umano è la sua abilità di dividere l'assenza per creare del vuoto colmabile, come una cariola, un bicchiere, o questo sacco della spazzatura, come in natura una caverna, o un laghetto di montagna. La realtà, infine, si divide infinite volte per manifestarsi universale. Non si può cancellare la memoria di una città, dissolvere non è più possibile, ogni ombra ha le sue ombre, ma la si può nascondere in dei vuoti colmabili, e io ci faccio i soldi.

Oggi parto da Piazza Manzoni, sono le cinque. Il lago non riesco a odiarlo. Numerose famiglie asiatiche scattano foto mentre cerco di nascondere il più in fretta possibile i resti del Longlake. Sono i primi a svegliarsi d'estate, benedetti dal jet-lag, immagino (è così che funziona?), poi quelle che fanno jogging, aspiranti aspiratori, che vedono in quella corsa mattutina l'apice estremo della loro autorealizzazione, l'importante è raggiungere l'obiettivo e poi morire. Il motorino del lavoro si guida con due tasti, non ci vuole altro. Una canna, una pizza surgelata, una camomilla alla sera e questi si fanno le paranoie sulle auto di lusso e il prossimo trimestre, io sto bene, grazie. Uno scontrino di ottocento franchi, orologio, via Nassa, poca roba. La città mi piace sempre meno, le cose sono cambiate. Nove anni fa adoravo vedere il risveglio, il primo respiro per le vie, gli odori, pensare alle giornate che avrebbero avuto quelle persone, sorridere, tanto, tantissimo. La verità è che se esiste il mio lavoro è perché noi umani siamo dei vermi che ti cagano sulla mano mentre li segui con lo sguardo. I tempi della speranza sono belli quanto superficiali, ora cancello memoria, faccio nascere ogni alba con qualche ricordo in meno, elimino prove, per dare la possibilità di rivivere sempre lo stesso giorno, tracciare linee uguali attraverso la città, dimenticarsi di aver bevuto il solito caffè, ci penso io.

Il parco di Villa Costanza a Viganello: faccio di tutto per passarci. Sono le sei, c'è la luce. Qualche anno fa, quando c'era ancora il palco, ci salivo per ballare. Oggi finisco a mezzogiorno, doccia e mi guardo un film. I rumori però mi piacciono ancora, sfocano i pensieri. Mia madre aveva l'abitudine strana di chiedermi, con un'impassibile leggerezza, se sentissi il suono della mia voce in testa. Le prime volte che me lo chiese non me le ricordo nemmeno, a un certo punto ci feci caso e divenne impossibile mutarla. Ogni tanto mi arrabbiavo, non seriamente, ma abbastanza da farle capire che lo aveva già chiesto mille volte. Altre le dicevo di no, solo per suonare originale. Un paio di volte devo aver risposto non lo so, ma preferivo evitare l'indecisione. L'ultima volta che me lo chiese ero adolescente, nel giardino di notte, mi ero seduta con lei a leggere anche se non mi andava. Leggeva la notte per stare da sola, diceva, ma non le dava mai fastidio avermi attorno. Stava riflettendo da qualche minuto, il libro appoggiato sulle gambe. “Tu senti il suono della tua voce nella testa?” Io le dissi “sì, odio il suono della mia voce”. Sarà meglio continuare la tratta di oggi. Ecco il rumore della città, si fa forte, mi scordo.